#lifestyle Vladimir Luxuria Alla Lavagna

La diversità è bellezza

In questi giorni ho letto da più parti di un battage seguito alla partecipazione di Vladimir Luxuria al programma su Rai Tre, Alla Lavagna, e l’ho trovato davvero inaudito.

Premetto che seguo il programma da un po’ e, vedendolo in onda sabato sera alle 22:30 circa, mi sono chiesta prima di tutto come mai avessero cambiato fascia oraria, dato che fino a qualche tempo fa lo davano alle 20:15, dopo Blob e prima di Un Posto al sole.

In ogni caso, quando ho appreso che “alla lavagna” ci sarebbe stata Vladi, sono rimasta davanti alla tv perché lei mi piace molto, la trovo intelligente, acuta e sensibile ed ero curiosa di capire come si sarebbe relazionata con una classe di giovanissimi.

Devo ammettere che i racconti di Vladi mi hanno commossa. Lei ha spiegato ai bambini, che, come sempre, ponevano domande mirate e mai banali, quali difficoltà ha dovuto affrontare nel corso della sua vita quando ha capito che non si trovava a proprio agio nel suo corpo e avrebbe preferito diventare una donna.

L’ex parlamentare ha narrato alcuni episodi della sua adolescenza e della sua vita familiare dai quali è emersa una grande sofferenza che i bambini hanno recepito benissimo.

Vladimir, attraverso la sua storia, ha fatto comprendere ai ragazzi che non è facile essere “diversi” perché spesso la diversità non viene accettata e si diventa oggetto di persecuzione. Eppure la diversità è un valore da difendere.

Il diverso fa paura

Tutti i personaggi famosi che vengono sottoposti ad una gragnola di domande impertinenti dai bambini sul finire della puntata sono chiamati a spiegare alla classe una parola che viene scritta appunto sulla lavagna.

Nel caso di Luxuria i bimbi hanno scelto, appunto, “diversità” e lei è riuscita a mio avviso a spiegare un concetto così importante in maniera semplice e profonda, facendo comprendere loro che la diversità è bellezza e il mondo è meraviglioso proprio perché siamo tutti l’uno diverso dall’altro e ciascuno è unico e irripetibile.

Il messaggio di Vladi naturalmente è risultato particolarmente sgradito a chi ci governa e ogni giorno mette in atto comportamenti disumani, soprattutto nei confronti dei migranti.

A giudicare poi dai commenti di facebook, mi sembra che in questo paese ci una massa indistinta di pecoroni che temono la diversità in nome di una “normalità” che sa tanto di nazismo e sono pronti a stracciarsi le vesti davanti a qualunque cosa metta in discussione i loro pregiudizi, frutto di ignoranza e oscurantismo.

Il mondo salvato dai ragazzini

Per fortuna ci sono i bambini che, a differenza degli adulti, non hanno sovrastrutture e riescono a cogliere l’essenza delle cose.

A dimostrazione di ciò, Samira, una delle bimbe più loquaci della classe, quando a fine puntata le è stato chiesto cosa l’avesse colpita dei racconti di Vladimir Luxuria, ha paragonato la condizione degli omosessuali e dei transessuali, quindi di chi sceglie di fare un percorso di cambiamento, e viene dileggiato, deriso e picchiato per questo, a quella degli stranieri e delle persone che hanno un altro colore della pelle, proprio come lei.

Anche loro sono “diversi” da chi ha la pelle bianca e per questo, soprattutto ultimamente, vengono additati, insultati dentro e fuori dagli stadi, vilipesi, odiati e, in alcuni casi, anche picchiati.

Jude Jude ti voglio sposar

Nella settimana dedicata alla Shoa, il messaggio di Vladimir Luxuria e la paura che ho visto negli occhi della piccola Samira, dovrebbero farci riflettere. A leggere i giornali, a sentire Salvini e i suoi seguaci ma non solo, sembra proprio che la Storia non ci abbia insegnato nulla.

Quindi, per non dimenticare,, a tutti quelli che si sono sentiti “offesi” dalle parole di Luxuria o dalle bellissime restituzioni dei ragazzini a fine puntata, consiglio di leggere La Canzone finale della stella gialla detta pure La Carlottina contenuta ne Il mondo salvato dai ragazzini di Elsa Morante. Poi magari ne riparliamo.

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#bookaholic: Letture di stagione

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La lettura è un po’come la frutta e la verdura, bisogna fare attenzione alla stagionalità. Qualcuno vi dirà che ci sono libri che si possono leggere sempre, io non ne sono affatto sicura. In base alla mia esperienza, invece, ogni stagione ha i suoi libri.

E, visto che ormai siamo nel vivo dell’autunno, stagione che amo per i suoi colori caldi, addentriamoci nelle letture autunnali!

Con i primi freddi si tende a cercare un po’di tepore sotto un caldo plaid accoccolati sul divano di casa (nel mio caso quello che dobbiamo ancora ordinare, ma di certo avrà un bel movimento relax…Per leggere meglio!) e cosa c’è di meglio allora di una lettura che ci porti in Oriente? D’autunno amo immergermi nei ritmi lenti della civiltà giapponese, Murakami è un autore da leggere sotto il plaid oppure seduti in villa, circondati da foglie secche e pigne odorose.

Letture consigliate: Norvegia Wood, Tokyo BluesKafka sulla spiaggia1Q84

 

Le giornate in autunno cominciano ad allungarsi. Alle cinque di pomeriggio un manto oscuro si distende sui monti bruni  e, nei paesini come il mio, tra i vicoli aleggiano odori contrastanti, dalle cantine si leva l’odore del mosto fresco, l’uva matura è stata raccolta e si prepara il vino, in casa invece qualcuno ha acceso il camino e i comignoli fumanti mandano un profumo acre di legna bruciata.

Sul fuoco sfrigolano castagne e pane arrostito, mentre dalla cucina si leva una nube odorosa: la confettura di mele cotogne è pronta per essere assaggiata.

Il sapore aspro della mela dall’odore inconfondibile mi riporta alla mente una romantica ballata autunnale ambientata nei Balcani, La Cotogna di Instabul, Paolo Rumiz.

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Dopo un percorso olfattivo tra le fragranze autunnali, ci si rintana in casa al calduccio accanto al camino. In questi casi consiglio la lettura di un bellissimo racconto lungo, Le voci della sera di Natalia Ginzburg, da gustare al crepuscolo, sul far della sera, per ritrovare un’Italia che non c’è più.

Ginzburg

Restando in tema “scrittrici italiane”, oserei dire anche le migliori, non posso non pensare ad un classico delle mie domeniche novembrine, un libro di Elsa Morante.

Adoro tutti i suoi scritti. Ma ce ne uno in particolare le cui immagini dipinte con la penna sulla carta sono rimaste impresse nella mia memoria, si tratta dei Racconti dimenticati.

Elsa Morante è una scrittrice che ho scoperto da studentessa universitaria, frugando sugli scaffali della Biblioteca di Villa Mercede, nel quartiere di San Lorenzo a Roma. Avevo letto già qualcosa della Morante in passato, ma mai in maniera approfondita, poi piano piano ho potuto apprezzare buona parte della sua produzione letteraria stando seduta sulle panchine di Villa Mercede o a Villa Torlonia che, anche in autunno, è uno splendido parco in cui poter passeggiare, leggere o fare sport all’aria aperta.

In una delle miei spedizioni pomeridiane in biblioteca alla ricerca di un nuovo biglietto aereo per luoghi incantati e avventurosi ho preso tra le mani i Racconti dimenticati, testo prezioso, ma poco conosciuto.

 

Nelle novelle giovanili, raccolte in un unico volume, è già evidente la potenza visionaria dell’autrice nonché il sublime utilizzo della nostra lingua. Io sono rimasta incantata e, qualche tempo fa, sono riuscita a trovare il libro e l’ho acquistato. Naturalmente l’ho riletto per accettarmi che i miei ricordi non mi avessero tratto in inganno.

In ogni caso, se non avete mai letto questa antologia della Morante, vi consiglio di farlo, magari gustando i racconti uno alla volta, a tarda sera, prima di abbandonarvi tra le braccia di Morfeo.

Non vi svelerò ancora le mie attuali letture di stagione, però, sono curiosa di conoscere le vostre.

Quali libri mettereste tra castagne e melagrane?

 

 

 

 

 

 

#lifestyle La pioggia si abbatterà su chi non ha ombrello: Angela Ferrara

 

Angela Ferrara era una ragazza colta, impegnata e solare. Angela scriveva poesie, racconti e organizzava eventi culturali. Angela viveva in un piccolo paese della Basilicata, aveva frequentato il Liceo Classico e aveva continuato a coltivare l’amore per lettere e la passione per la scrittura, tanto da tramutarla in un lavoro. Angela non era mai partita dal suo borgo natio e, giovanissima, aveva sposato un uomo umile e onesto, dedito soprattutto al lavoro.

Quest’uomo diceva di amarla. Quest’uomo aveva promesso di rispettarla. Fino a quando quell’amore che diceva di provare nei suoi confronti non si è trasformato in ossessione e possesso. Angela aveva 31 anni, lui 41. Angela, madre di un bimbo di otto anni, era una donna dolce, affettuosa e premurosa che inventava filastrocche e racconti per tutti i bimbi. Angela da un po’di tempo non amava più Vincenzo, di cui si era invaghita ancora bambina.

Ma cosa sarebbe successo se Angela fosse andata via da Cersosimo a vent’anni? Cosa sarebbe accaduto se Angela avesse incontrato un uomo diverso, con il quale condividere passioni, letture e discussioni? Come sarebbe andata, se Angela fosse stata davvero compresa dalla persona che aveva accanto?

Forse a quest’ora Angela sarebbe ancora viva. Scriveva la filosofa Hannah Arendt, a proposito di Rahel Varnhagen: “Se non si va alla ricerca del sole, cioè di un uomo di chiara superiorità o almeno parità intellettuale, la pioggia si abbatterà su chi non ha ombrello“. La pioggia, anzi un uragano, la furia omicida di un uomo si è abbattuta su una giovane donna dalla mente brillante.

L’uomo, privo di strumenti, non potendo ingabbiare e controllare la donna che era stato educato a percepire come un oggetto da controllare, dinanzi al fallimento del matrimonio, ha reagito in maniera violenta e irrazionale.

L’origine del male è da ricercarsi sempre nell’educazione. Educare alle differenze è fondamentale per prevenire tali fenomeni. E le prime educatrici chiamate in causa sono le madri che, in questo caso, hanno una maggiore responsabilità dei padri.

Le madri delle figlie femmine le educhino ad avere rispetto di sé stesse e della propria intelligenza, aiutandole a scegliere uomini che siano davvero in grado di comprenderle, valorizzarle, rispettarle, in una sola parola “amarle”. Le stesse madri, insieme con i padri, quando si accorgono che non è così, sono chiamate ad intervenire tempestivamente per salvaguardare la vita delle proprie figlie, affidandosi, però, alle autorità competenti. Perché da soli siamo tutti più vulnerabili.

Un ruolo fondamentale lo svolgono anche le madri e i padri dei figli maschi. Le prime devono educare i propri figli al rispetto dell’altro sia esso uomo, donna, omosessuale, bisessuale o trans. I secondi devono dare l’esempio, cooperando con la madre nella trasmissione dei giusti valori.

Tutto questo sicuramente non è semplice. Ci vorrebbe una vera e propria rivoluzione culturale. Si potrebbe cominciare, però, dalla pedagogia della differenza e dal sostegno alla genitorialità.

Di solito i figli sono lo specchio dei genitori. Non fanno altro che riprodurre le dinamiche apprese in famiglia, nel quotidiano. Nessuna scuola potrà sostituirsi mai ai genitori. Eppure alcuni di loro dovrebbero tornare sui banchi di scuola, una scuola diversa è chiaro, in cui gli venga ricordato che tutti gli esseri umani, senza distinzione, sono persone e vanno rispettate allo stesso modo.

Così forse le Angela potranno continuare a scrivere, ad esprimersi liberamente e ad autodeterminarsi, il che vuole dire anche poter porre fine ad una relazione nociva e decidere di innamorasi ancora quando e come si vuole, senza perdere la vita che tutte le donne hanno diritto di vivere come desiderano. Esattamente come fanno gli uomini.

 

#netflixaddicted Raquel vs Didone: eroine a confronto

 

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Proseguiamo la carrellata sui personaggi de “La Casa di carta” con Raquel Murillo, la poliziotta passionale e coraggiosa.

La “inspectora”, come la definiscono gli spagnoli che, almeno in termini linguistici, sembrerebbero essere meno maschilisti di noi, è a capo dell’unità di crisi della polizia che indaga sull’attacco. Raquel viene scelta perché è un segugio dall’intelligenza emotiva molto sviluppata.

Ottima investigatrice, razionale, riflessiva ed empatica, l’ispettrice Murillo viene messa al comando dell’operazione e questo non va giù ai colleghi uomini, soprattutto al colonnello Prieto.

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Raquel sente la responsabilità degli ostaggi, vorrebbe liberarli e riuscire a catturare i rapinatori. Il sergente di ferro ha gli occhi del mondo puntati addosso, basta un suo passo falso per far saltare l’operazione. La posta in ballo è molto alta. E l’unica via percorribile per poter ottenere la liberazione degli ostaggi, e fare in modo che non venga fatto del male a nessuno di loro, è trattare con i terroristi.

Così lei, la inspectora più tosta di Spagna, comincia la sua relazione telefonica con la mente dell’operazione, il misterioso e affascinante Professor.

Ed è in questo momento che Raquel svela al mondo la sua fragilità. La relazione meramente telefonica con il capo della banda si trasforma in un rapporto reale.

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I due si incontrano in una caffetteria. Raquel non conosce la vera identità del professore ma è molto turbata da quanto sta accadendo nella sua vita professionale e privata. El professor ne approfitta e, sotto falso nome, le si avvicina.

Nel rapporto con Salva, ossia el professor sotto copertura, Raquel si mostra per quella che è, cioè una madre affettuosa, una donna con passato burrascoso alle spalle e una poliziotta talentuosa, vittima di violenza e d’ingiustizia, in un mondo dominato da uomini.

Raquel, come tutte le donne forti che hanno avuto brutte esperienze con l’altro sesso, è diffidente ma, allo stesso tempo, il desiderio e il bisogno di amore la espongono ad un rischio enorme.

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Lei, leader dell’esercito dei buoni, si innamora perdutamente dello stratega del male. Il commissario Murillo, come Didone, regina di Cartagine, accecata dall’amore, smarrisce sé stessa.

Didone, però, perde la testa per un uomo senza spina dorsale, il pio Enea. Leggendo l’Eneide non si comprenda come tutto ciò possa accadere, certo c’è lo zampino degli dei, ma lei subisce una vera e propria metamoforsi: da donna astuta, indipendente e risoluta, si tramuta in una ragazzina volubile, concentrata solo su sé stessa e in preda all’amore per un uomo che deciderà di abbandonarla.

Didone, a causa di Enea, dimentica la sua storia, abdica al suo ruolo di regina e alla responsabilità nei confronti del suo popolo. Didone non si redime, non reagisce e si toglie la vita. Raquel sì. Nonostante la sofferenza dovuta alla cocente delusione, infatti, cerca di tenere insieme tutti i vari pezzi del puzzle. E, anche se in ritardo, si ridesta, apre gli occhi e smaschera “El professor”.

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Quando Raquel si accorge della trappola in cui è caduta, prova a vendicarsi di quell’uomo, ma ormai è troppo tardi.

La poliziotta è combattuta tra l’amore che prova per il professore e il desiderio di giustizia. L’uomo agli occhi degli altri è un cinico calcolatore. Il manager di una banda di ladri che sta mettendo a segno il colpo più importante della storia. Per lo spettatore, che conosce il movente pricipale dell’attacco, invece, il professore è una sorta di eroe romantico che agisce contro il sistema. E’vero, se il colpo riesce lui si arricchierà, ma lo fa soprattutto per “vendicare”i poveri, suo padre in primis, e tutti noi, schiavi della moneta.

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E per Raquel, chi è ora Salva, Sergio, El professor?

L’ispettrice, che ancora non conosce il passato di Sergio, vorrebbe arrestarlo, non tanto per una questione di giustizia, quanto per vendicarsi del torto subito. Ma l’istinto le consiglia di fidarsi ancora dell’uomo che le ha fatto battere di nuovo il cuore.

Il suo amore non è un falso. Anche lui è in difficoltà. Per questo i tentativi di vendetta di Raquel sono vani. E lei non può che arrendersi alle ragioni del cuore e continuare a resistere, solo ed esclusivamente per amore.

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Il finale liberatorio de “La casa de papel”ci restituisce una donna nuova. Raquel appare serena, i tratti del volto sono più dolci e, dismessi i panni dell’irreprensibile poliziotta, può abbandorasi finalmente al vero amore.

A dimostrazione che l’amore arriva quando meno te l’aspetti e, soprattutto, può nascere anche tra persone diametralmente opposte che combattono su diversi fronti.

Eppure mi chiedo e vi chiedo: ma Raquel e il professor sono davvero così diversi?

 

 

 

 

 

#netflixaddicted La casa de papel: Nairobi e la leadership

 

 

Quando ho cominciato a guardare la tanto osannata “Casa di carta”, non ero certa di proseguire. La prima puntata aveva deluso le mie aspettative. Perlomeno non capivo molto il successo della serie e mi domandavo se la struttura narrativa e l’intreccio potessero reggere fino alla fine, puntata dopo puntata, senza stancare lo spettatore. Quanti passi falsi, quante mosse scontate, quanto di prevedibile ci può essere in un gruppo di delinquenti assoldati per compiere il colpo della storia? Io pensavo tanti e, invece, mi sono ricreduta.

Certo qualcosa di prevedibile, soprattutto nelle azioni del Professor- che è il burattinaio, la mente dell’operazione- c’è ma, di contro, anche lui spesso agisce in maniera oscura. Fa delle cose che momentaneamente non ti spieghi e che comprenderai soltanto in secondo momento, quando pensavi di aver rimosso quei tasselli del puzzle che erano stati messi sul tavolo molto tempo prima ma che, prima o poi, sarebbero tornati utili. Il bello è che lo spettatore non sa quando tutto ciò accadrà e continua ad interrogarsi su alcuni particolari e sul piano che muove tutta l’azione.

Ma procediamo con ordine. Non è mia intenzione spoilerare. Non vi dirò perché El Professor– che a vedere l’attore che lo interpreta non gli dareste credito, visto che in Italia è noto per aver recitato nel “Segreto”- ha architettato un attacco alla Zecca di Stato spagnola, con sede a Madrid. Vi parlerò, però, del piano dettagliato che lui ha ordito studiando per anni e nel quale ha coinvolto un gruppo di impuniti, ciascuno specializzato in una determinata branca del crimine.

I componenti della banda sono stati scelti e convocati dal professore. Hanno studiato per mesi chiusi in una tenuta. Si sono conosciuti, hanno stretto rapporti di amicizia. Si è creata una piccola famiglia coesa, almeno fino a quando si sono introdotti nella Zecca di Stato per stampare milioni di banconote.

I rapinatori sapevano cosa fare e come comportarsi. El Professor aveva previsto tutte le mosse, sia quelle degli ostaggi, ovvero le persone che lavorano lì e i visitatori di quel giorno, che quelle della polizia, che ha provveduto personalmente a gestire e depistare. Ciò che, però,El Professor non poteva prevedere era l’evoluzione reale del piano e delle relazioni interpersonali tra i componenti della banda e non solo.

Ogni gruppo sotto stress si modifica. Le criticità e la fragilità nascosta in ciascuna personalità emerge e, in determinate situazioni, diventa esplosiva. Nella “Casa de papel” col passare del tempo, i più duri cedono in preda allo stress e alla tensione.

A capo del gruppo, composto da perfetti sconosciuti che El Professore ha ribattezzato con dei nomi di città, c’è Berlin (Berlino per chi guarda la serie in italiano) un narcisista, spietato, cinico e volubile.

Lui è l’unico a conoscere la vera identità del professore, al quale è legato da un rapporto di amicizia. Il gruppo è composto prevalentemente da uomini, ma sono le donne a fare la differenza.

Non parlo di Tokio, amata dal pubblico maschile, ma della regina Nairobi, leader indiscusso, che riesce a fermare Berlino, prima che faccia andare tutto a monte, e a dare potere alle donne.

Nairobi è pronta a sacrificarsi per il gruppo, non perde la testa, rimane lucida ma soprattutto è orientata verso l’obiettivo comune. Comprende che lasciare Berlin in balia di sé stesso potrebbe risultare controproducente per tutti e assume il controllo dell’operazione, senza attendere ordini dal Professor.

Nairobi, falsificatrice esperta e professionale fuori e responsabile della stampa del denaro dentro, riesce a farsi amare persino dagli ostaggi che sono contenti di lavorare per lei. Nairobi lavora e osserva in silenzio ma, a differenza di Tokio che è impulsiva e tende a sopraffare chiunque con la forza, lei riesce a carpire l’anima degli altri e cerca di rendersi utile, come quando dà lezioni di autostima e autodeterminazione ad Alison Parker, costantemente bullizzata.

Sicuramente Nairobi non è bella come Tokio, ma è carismatica, intelligente ed in grado di gestire le situazioni difficili, trasformando la crisi in un’opportunità. Spesso si pensa che il leader è colui che subito si pone all’attenzione degli altri e prende il comando. Ma non è così. Le tipologie di leadership sono diverse. E, a volte, il vero leader emerge nelle situazioni di difficoltà, quando piuttosto che agire d’istinto, prende tempo, invita gli altri a mantenere la calma e a ragionare e, quando si rende conto che è necessario, si impone perché non può fare altrimenti.

Questo è quello che ha fatto Nairobi nella serie. Per il bene di tutti conquista il regno e dà inizio al “matriarcado”, da leader della mediazione si trasforma nella regina della banda e della serie. Il pubblico femminile applaude davanti alla consacrazione del girl power. Mentre gli uomini non possono fare altro che prendere atto della superiorità femminile che si consolida quando, in maniera intelligente, superata la crisi, Nairobi restituisce il mandato perché si rende conto di essere arrivata al limite.

Inutile dire che io sono una fan sfegatata di Nairobi, almeno finora, e anche della serie che fornisce spunti interessanti sui tipi umani. Quali? Ve parlerò nei prossimi post.

 

 

 

#netflixaddicted Anna, l’adolescente meravigliosa

 

Mi sono interrogata spesso sui cartoni che ho visto da bambina. Storie strazianti di bimbe orfane dall’infanzia travagliata, oggi potremmo dire di molte che erano bullizzate da più parti e trascorrevano le loro giornate a difendersi dalle angherie di sorellastre, insegnanti, matrigne e altri personaggi negativi.

I cartoni che guardavano da piccoli erano dei veri e propri romanzi d’appendice, si trattava perlopiù di “anime” tratti da Manga giapponesi, e di certo hanno influenzato in qualche modo i nostri gusti cinematografici e perché no anche letterari.

“Anna dai capelli rossi” era uno di questi. La sigla, cantata dall’instancabile Cristina D’Avena, mito indiscusso di tutti noi bimbi nati negli anni ’80, non lasciava presagire nulla di buono: “Anna dai capelli rossi là, vola e va come una rondine, forse un nido non ce l’ha non ha una mamma né una papà”. Ottimo direi. Una tragedia. Ma non è proprio così.

L’anime è ispirato al romanzo dell’autrice canadese Lucy Montgomery dal titolo “Anna di Green Gables”, che tradotto sarebbe “Anna dei tetti verdi” o “Anna dei verdi abbaini”, da cui sono state poi tratte diverse sceneggiature per il cinema e la tv.

L’ultima in ordine cronologico, prodotta da Netflix, mi ha consentito di entrare nel fantastico mondo di Anna Shirley Cuthbert e nella piccola comunità di Avonlea.

La serie di Netflix si intitola “Anna with an E” che in italiano è diventato “Chiamatemi Anna” e la sua protagonista, Anna, è un’adolescente meravigliosa. Un’orfana che ha vissuto un’infanzia infelice, maltrattata, insultata per i suoi capelli rossi ma soprattutto perseguitata per la sua grande sete di conoscenza e la sua fantasia contagiosa.

“Le infinite possibilità di immaginazione” hanno salvato la piccola Anna dalla follia. Anna adora i libri, ama apprendere e affronta la vita con passione. La serie riprende fedelmente il romanzo. Dopo essere stata catturata dalla prima stagione, infatti, ho acquistato il primo romanzo della saga di “Anna dai capelli rossi” composta da ben otto volumi, e ho verificato la completa aderenza della serie ai dialoghi e alle pagine scritte dall’autrice canadese. Anche l’ambientazione è fedele.

I panorami mozzafiato e le distese di boschi mostrati nel corso delle puntate non sono altro che gli splendidi paesaggi dell’Isola del Principe Edoardo.

Dove si trova? In Canada. Più precisamente parliamo di un’isola stupenda che si trova nel golfo di San Lorenzo a Nord della Nuova Scozia. Il capoluogo dell’isola è Charlotttown, dove spesso la piccola Anna si reca insieme con i suoi genitori adottivi, i fratelli Marilla e Matthew Cuthbert, oppure con la sua amica del cuore Diana.

Anna, dopo tanto peregrinare negli orfanotrofi e in famiglie che la sfruttavano, finalmente ha trovato un luogo sicuro in cui vivere e crescere ma soprattutto si è ambientata in una piccola comunità che, non senza difficoltà, l’ha accettata e l’adora come tutti quelli che la conoscono.

Il suo entusiasmo e la sua voglia di vivere sono contagiosi. La serie su Anna Shirley Cuthbert, così come i romanzi, di certo tra i più sottovalutati tra i romanzi di formazione, almeno in Italia, affrontano tematiche importanti, prima fra tutte l’accettazione del sé e del diverso.

I giapponesi, che sono sempre all’avanguardia, dal 1952 hanno adottato il romanzo come testo scolastico per questo la piccola Anna è famosissima tra i nipponici, tanto che Avonlea ogni anno è presa d’assolto dalle scolaresche orientali, curiose di conoscere e visitare i luoghi in cui è nata la loro eroina.

Forse, dopo aver visto la serie ed essere stati travolti dalla creatività della piccola Anna, anche voi vi chiederete come mai a differenza di altri romanzi del genere, penso ad esempio a “Piccole Donne”, “Anna dai capelli rossi” in Italia non venga letto, consigliato e non campeggi in prima fila sugli scaffali delle librerie nella sezione “editoria per ragazzi”.

Ritengo che Lucy Maud Montgomery, diventata famosa proprio grazie ad Anna, meriti un approfondimento anche perché dalla sua penna è venuta fuori una piccola donna all’avanguardia libera, intelligente, autonoma e capace di donarsi agli altri senza riserve.

Non solo, la Montgomery ha saputo creare un mondo e descrivere con dovizia di particolari la vita all’interno di una piccola comunità nei primi anni del ‘900 senza tralasciare alcunché.

L’autrice ha affrontato questioni fondamentali per l’epoca in cui ha vissuto come la condizione della donna, lo schiavismo e il confronto con lo straniero, le varie forme d’amore e tanti altri temi complessi e sfaccettati che ancora oggi risultano cruciali nel percorso di formazione e di crescita degli adolescenti.

Spero di avervi convinto a guardare la serie e a scoprire qualcosa di più sugli abitanti dell’isola del Principe Edoardo. Io, nel frattempo, attendo con trepidazione la terza stagione! Chi volesse saperne di più su Anna e sul suo mondo, può visitare il sito www.annadaicapellirossi.com.

 

 

Italia-Svezia: Letteratura e femminicidi

Ultimamente, grazie alla mia libraia di fiducia, sto leggendo i romanzi delle scrittrici svedesi. Dopo il secondo romanzo in cui la vittima era una donna e il tema ricorrente era quello della violenza sulle donne, mi sono domandata se anche in Svezia non vi fosse un’alta percentuale di femminicidi.

Nel romanzo che ho trangugiato circa due settimane fa, Studio Sex, della talentuosa Liza Marklund, la protagonista femminile Annika Bengtzon, giovane giornalista di provincia, durante una sostituzione estiva presso una testata della capitale scandinava, si imbatte nella storia di Josephine, una spogliarellista che viene barbaramente uccisa in un parco. La giornalista è la prima a raccontare l’omicidio e, per ovvi motivi che il lettore scoprirà nel prosieguo del racconto, la ragazza prende molto a cuore la storia tanto arriva da omettere dei particolari importanti e mettere a repentaglio la propria carriera.

In ogni caso, l’autrice nel dipanare la trama avvincente del romanzo, illustra la condizione femminile in uno dei paesi in cui le donne hanno forse più diritti che in altri posti d’Europa. E, come mi era già capitato con i romanzi precedenti, mi è parso chiaro che, nonostante l’emancipazione nei paesi scandinavi abbia fatto passi da giganti e le donne ricoprano ruoli apicali nelle aziende, ci sia un problema culturale e sociale strettamente legato ad una carente educazione di genere.

Gli uomini tendono ad usare la violenza sia fisica che psicologica sulle donne per limitare e frenare la loro autodeterminazione, come se volessero costringerle in uno stereotipo che la società ha superato da tempo ma che il loro inconscio (in questo caso, citando Jung, direi “inconscio collettivo”) tenta disperatamente di riaffermare.

Non sono mai stata in Svezia né conosco molto del Nord Europa a parte Ingmar Bergman, i fiordi e alcuni aspetti legati allo sviluppo economico e sociale del territorio, eppure la letteratura mi ha restituito uno spaccato così vivido di quella società da poter affermare che non è poi tanto differente da quella italiana.

Per certi versi, il testo di Liza Marklund mi ha ricordato un romanzo di Dacia Maraini che ho amato molto (tanto da leggerlo circa quattro volte), ossia “Voci”.

La trama è simile, le protagoniste anche, i paesi sono diversi ma il problema è lo stesso. Parafrasando il titolo di un noto romanzo scandinavo, molti sono gli uomini che odiano le donne anche in Svezia.

Agghiacciante. Gli studiosi lo chiamano “il paradosso nordico”: nei paesi nordici, Finlandia, Danimarca, Norvegia e Svezia, definiti dall’Ocse le “best countries for women”, cioè le nazioni in cui la vita di una donna è migliore sia da un punto di vista lavorativo sia sociale, il tasso di femminicidi e violenze sarebbe addirittura più alto che nei paesi del Mediterraneo.

Come spiegano tutto questo gli studiosi? Naturalmente avendo le donne maggiori diritti civili sono più inclini anche a sporgere denuncia- mi auguro che almeno da un punto di vista legale vi sia una maggiore tutela in questi paesi- e questo potrebbe spiegare il numero elevato di casi di violenza ma, sostengono i sociologi, c’è sempre una motivazione di tipo antropologico e sociologico che riguarda l’uomo.

Quest’ultimo, infatti, si sentirebbe minacciato nel proprio potere e nella propria identità dall’eccessiva libertà della donna. Triste ma reale anche nel nostro paese.

A mio avviso, l’unico modo per combattere questo fenomeno è l’educazione, la pedagogia di genere. E la letteratura e le arti possono essere davvero determinanti nei percorsi che necessariamente vanno costruiti in tutta Europa, per garantire un futuro diverso a noi donne.

Nel frattempo io sto rileggendo per la quinta volta “Voci” di Dacia Maraini, ho appena acquistato “L’enciclopedia della donna” di Valeria Parrella e un altro romanzo di un’autrice scandinava.

Se anche gli uomini cominciassero a leggere senza pregiudizi le donne, ad ascoltarle e a valorizzarle, forse qualcosa cambierebbe sia in Italia che in Svezia.

 

 

#bookaholic La principessa di ghiaccio

 

 

Un paesaggio montano, una scrittrice insoddisfatta del proprio lavoro e un omicidio. Questi sono i primi ingredienti del romanzo di Camilla Lackberg, La principessa di ghiaccio, che mi hanno intrigato a tal punto da divorare più di 400 pagine in meno di una settimana.

Non conoscevo affatto l’autrice ma, grazie alla promozione Feltrinelli, ho deciso di esplorare la letteratura scandinava. La Svezia, come tutti i luoghi sommersi da coltri di neve per diversi mesi all’anno e puntellati di fiordi, è la location ideale per i polizieschi e i gialli.

Il paesaggio nordico così poco variegato non suggerisce grandi emozioni, lascerebbe piuttosto immaginare drammi familiari che si tengono ben celati dentro le mura casalinghe. Apparentemente non accade nulla, ma negli armadi vivono più scheletri che tarme. E il romanzo della Lackberg lo conferma.

Maestra nel tessere trame intricate, la scrittrice svedese tiene i lettori incollati alle pagine, narrando le conseguenze della terribile scoperta di Erica Falk, protagonista ed eroina della serie i delitti di Fjällbacka.

Erica vive a Stoccolma ed è una scrittrice. Ha pubblicato solo biografie di autrici scandinave, sta lavorando alla sua ultima fatica quando, dopo la morte dei genitori, si trasferisce nuovamente nel suo paesino d’origine per mettere in ordine l’abitazione in cui è cresciuta e forse anche la sua vita.

Un pomeriggio Erika va a casa dei genitori di Alex, una sua vicina e amica d’infanzia, e trova la sua amica morta nella vasca da bagno. Sulle prime sembra che si tratti di un suicidio ma poi si scoprirà che nulla è come appare. Nel piccolo paesino di pescatori, dove regna il silenzio, vi sono segreti inconfessabili che coinvolgono persone molto diverse tra di loro.

Erica viene incaricata dalla famiglia di scrivere un articolo su Alexandra e intanto comincia a scavare nella sua vita e nel suo passato. La sua indagine s’intreccia con quella della polizia e lei ritrova un suo vecchio amico, Patrick.

Il romanzo è avvincente. La protagonista, il cui carattere e temperamento è ben delineato dall’autrice, cresce pagina dopo pagina e, grazie alla sue vicissitudini familiare, Camilla Lackberg tocca tematiche fondamentali che riguardano il femminile, come la violenza degli uomini sulle donne, l’autodeterminazione, il rapporto madre-figlia e la solidarietà femminile. Le donne hanno un ruolo di primo piano nella narrazione e nello svolgimento dell’azione. Si può affermare che sono le protagoniste indiscusse del romanzo.

L’assassino è difficile da individuare. Il lettore procedere per ipotesi che vengono smentite di volta in volta, fino a quando il colpevole viene svelato e scopriamo che non era stato inserito nel nostro personale elenco degli indagati. La scoperta dell’assassino conferma il tema cardine della narrazione: il passato è passato e i segreti vanno salvaguardati. In un piccolo paese scandinavo si è pronti ad uccidere pur di fare in modo che il paesaggio rimanga immutato ed immobile.

A volte, però, il ghiaccio scricchiola e si rompe e la verità, celata per anni con determinazione, viene a galla.

Spero che vi siate incuriositi. Io intanto ho acquistato un altro giallo svedese, Studio sex di Liza Marklund, ormai sono sbarcata nei paesi nordici e bevo un caffè insieme con le maestre della suspense.

 

Loro 1 e 2: ce n’era davvero bisogno?

 

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Paolo Sorrentino si è cimentato in un nuovo film. Si attendeva da tempo la sua opera su Silvio Berlusconi. Abbiamo scoperto, poi, che si trattava di un dittico, un film in due puntate, Loro 1 e 2, uscite a distanza di qualche settimana l’una dall’altra.

La prima parte del film è incentrata soprattutto sull’ascesa dell’imprenditore pugliese Gianpi Tarantini, balzato alle cronache perché, secondo l’accusa, pare che procurasse le escort e la droga per le feste di papi nelle sue ville. I fatti risalgono agli anni 2008-2010, quando abbiamo scoperto le Olgettine, Nicole Minetti e i suoi brief, gli spettacoli di burlesque e tutto il ributtante circo che ruotava intorno all’indegno presidente del consiglio di questo paese, una figuraccia vivente che, purtroppo, con le sue televisioni e i suoi governi, ha modificato la nostra società.

L’interpretazione di Riccardo Scarmarcio, un attore che non stimo, l’ho trovata interessante e riuscita. Nel primo Loro, invece, Toni Servillo non viene fuori nella sua grande caratura artistica e sembra più che altro portare sullo schermo una propria imitazione di Berlusconi, efficace soprattutto per la mimica facciale.

Possiamo dire che il risultato è La Grande Bellezza su Berlusconi che, tuttavia, nausea lo spettatore ma non più di quanto lo stesso Silvio con le sue sortite fuoriluogo, le sue barzellette e il suo stuolo di lacchè prezzolati non abbia già fatto sin dalla sua discesa in campo e ancor di più in quegli anni, in cui la donna è stata oltraggiata oltre misura e abbiamo scoperto che c’erano ragazze ventenni che, pur di stringere una borsa firmata, accettavano di prostituirsi con uomini facoltosi.

Guardando il ritratto cinematografico di quest’uomo, un piazzista, abile nel vendere e nell’ingannare le persone, dileggiato persino dalla moglie che, giustamente, lo disprezza, perché è un essere di plastica, “una messa in scena continua”, mi sono chiesta più volte: ce n’era davvero bisogno?

Qualcuno dice che il regista ha voluto mostrarci uno spaccato della nostra società. Eppure io continuo a pensare che quel tempo è finito. Silvio è un ridicolo robot di plastica che tenta di restare a galla facendo il gobbo di Salvini, per dare l’impressione che conti ancora qualcosa, ma lui e il suo stuolo di veline appartengono già al passato che dovremo essere bravi a far passare del tutto. Anche se il suo elettorato è duro a morire e oggi potrebbe essere anche ricandidato.

In ogni caso, al di là della grandezza di attori del calibro di Toni Servillo che, ribadisco, emerge solo in Loro 2, di Robert Herlitzka ed Elena Sofia Ricci, meravigliosa nel ruolo di Veronica, l’unica scena del film che ho trovato davvero significativa è stato il confronto tra marito e moglie, al termine del loro matrimonio, in cui Veronica denuda re Silvio e ce lo mostra per quello è, un imbroglione.

 

#Costruire Habemus pentolas

pentole Kasanova

La telenovela delle pentole è arrivata all’ultima puntata. Ma, nonostante le diverse teorie a riguardo, ha avuto un lieto fine grazie a Kasanova.

Mia madre, sostenitrice delle pentole “buone”, ossia quelle svizzere, vendute dai rappresentanti che vengono a casa e ti propongono dei veri e propri mutui per l’acquisto della batteria di pentole della tua vita, si è persuasa che tutto sommato le pentole di Kasanova non erano poi cosi male. Però, sia ben inteso, solo per cominciare.

Così, dopo aver chiesto un parere all’influencer della mia famiglia in fatto di stoviglie e e casalinghi definiti “moderni”, mi zia, si è convinta.

“Tua zia ha detto che le pentole di Kasanova sono buone!”

Perfetto, valuterò di corrompere mia zia per avere anche un’ottima recensione sulle posate dell’Ikea e su qualche cucina che mi piace ma non ha un costo da tale da entrare nella classifica familiare del “buono”.

In ogni caso, il dado è tratto.

Ho acquistato la mia prima batteria di pentole! Ho anche le padelle, quelle in pietra, mooolto “moderne” apprezzate dalle mie zie, un po’meno da mia madre che, come avrete capito, è un po’tradizionalista. Comunque, posso dirmi soddisfatta.

Le pentole di Kasanova sono di ottima fattura, hanno dei coperchi ermetici in vetro e il doppiofondo che consente una buona tenuta del calore.

In aggiunta, sempre “per cominciare”, da Kasanova ho acquistato anche un bel servizio di piatti bianco e verde che sembrerebbe resistente e ben fatto. Mancano le posate.

A dire la verità, il design delle posate Kasanova non mi convinceva molto. E poi non potrei mai tradire Ikea.

Vorrei provare a scrivere un pezzo sulla mia tavola Ikea in puro stile copywriter del noto marchio di mobili. Spero di poter far campeggiare sul mio umile desco degli scintillanti coltelli svedesi dal manico verde. Fa molto eco-chic.

Ora dovrò impegnarmi di più nella ricerca della cucina. A proposito, poiché sia io che la mia metà siamo in cerca di una cucina dalla linea classica, in legno (che a dispetto del suo conservatorismo, non credo farà impazzire la mia genitrice né le influencer di punta), ho provato a cercare sul web il prezzo delle cucine Lube. In verità non ho trovato molto, solo qualche post nel forum casa.alfemminile.com.

Quindi, vorrei chiedervi, se voi potete darmi qualche dritta e, soprattutto, se potete fornirmi qualche informazione sui materiali.